DONNAVVENTURA - Il blog di Chiara


Di Chiara (del 26/10/2007 - 12:14:20, in Il Ritorno)

Il Grand raid Malesia è ormai giunto al termine con il suo carico di emozioni, le migliaia di chilometri percorsi, le centinaia di persone incontrate, le escursioni nella jungla alla ricerca di scimmie nasiche e orango, sempre con il naso rivolto all’insù per scrutare le cime più alte degli alberi, dove i buceri costruiscono i loro grandi nidi.

Io ho vissuto l’ultima parte della spedizione, quella forse più avventurosa, volta alla scoperta del Borneo, delle sue intricate foreste e di quelle innumerevoli isole che furono teatro di epici scontri fra pirati e navi europee, mercantili o militari.

Acque cristalline  e spiagge bianche dove, ancora oggi, vivono i discendenti di quegli intrepidi uomini di mare, non più bucanieri ma pescatori.

Non lontano dalle coste emergono costellazioni di palafitte di legno, spoglie e spesso fatiscenti, straripanti di bambini i cui padri vivono di pesca mentre le madri cercano crostacei sulle spiagge rocciose. Ci si sposta solamente via barca o, tutt’al più, a nuoto.

Qualcuno preferisce invece costruirsi una capanna sulla terra ferma, godendo così di qualche confort in più, non ultime l’acqua corrente e l’elettricità, sempre però in un contesto estremamente frugale.

Molte di queste comunità vivono in maniera a se stante, con ridotti contatti con la terra ferma e le istituzioni. Per qualcuno rappresentano un rifugio ed una via di fuga dopo aver compiuto atti poco leciti, per i più si tratta una scelta di vita dettata dal forte legame con la tradizione. Manca un controllo demografico, i bambini spesso non vengono registrati all’anagrafe e sono assai pochi quelli che hanno la possibilità di frequentare una scuola ed avere così un’istruzione che permetterà loro di compiere delle scelte consapevoli, liberandoli dal destino, quasi certo, di seguire le orme dei loro padri, continuando a vivere in balia del mare.

Tuttavia queste persone dallo stile di vita tanto lontano dal nostro, ci hanno sempre accolto in maniera calorosa e festante, ci hanno aperto le loro case anche nel mese sacro del ramadan e diviso il pasto con noi.

Che fossero pescatori dei water village o abitanti delle “longhouse” in Sarawak e Sabah, il benvenuto è sempre stato ugualmente carico di sensazioni positive, di sorrisi e di sapore di casa.

 
Di Chiara (del 14/10/2007 - 12:13:08, in In Spedizione)

Le mie giornate nella jungla del Borneo non saranno mai abbastanza, e nulla potrà eguagliare quella sensazione di smarrimento e impotenza che si prova quando ci si inoltra da soli nel fitto della jungla. 

Si è colti da un reverenziale timore di fronte ad un ambiente inestricabile dove anche il più sottile rumore crea allerta.

Non vi sono punti di riferimento, radure in cui riprendere fiato, si vive un perpetuo stato di apnea, si trattiene il fiato e si ascolta il battito accelerato del proprio cuore che per un nonnulla sobbalza.

La jungla cela in se meraviglie e pericoli, serpenti che appaiono straordinari se osservati a debita distanza, ma che possono rivelarsi fatali con un solo morso.

Ma ciò che davvero la rende ostile è la sua impenetrabilità e, al contempo, l’impossibilità di trovare una via di fuga, la fortuna più grande consiste nello scorgere un corso d’acqua da poter seguire sperando che conduca a qualche sparuta abitazione.

Ma quando ci si abitua a quei fruscii, al terreno cedevole sotto ai piedi, alle frustate delle felci, gli occhi si fanno grandi nel tentativo di abbracciare in un solo sguardo quella magnificenza. Una natura lussureggiante e violenta.

 
Di Chiara (del 10/10/2007 - 12:12:16, in In Spedizione)

Quando si sente parlare di Brunei il pensiero corre veloce alle infinite ricchezze del suo sultano, alle immagini da mille e una notte che le televisioni di tutto il mondo hanno diffuso in occasione dell’ultimo matrimonio reale. Lo sfarzo più estremo, scioccante nei quantitativi d’oro impiegato per decorare sino al più piccolo, invisibile ed inutile suppellettile.

Una magnificenza che la nostra cultura occidentale non ha mai osato esibire, ma il Brunei è un mondo a parte.

La ricchezza palesata nei palazzi e nelle moschee in primis, dove non possono mancare marmi e vetri italiani, ceramiche inglesi ed infiniti fregi a 18 carati.

Luoghi di culto e di celebrazione, ogni sultano erge una moschea ad immagine della propria grandezza, come i faraoni con le piramidi. Ma il Brunei non è solo questo, è anche un antico paese di pescatori che tutt’oggi preferiscono vivere in un intrico maleodorante di palafitte a largo della capitale, in grado di accogliere più di trentamila persone. Strutture modeste e disadorne che rispecchiano uno stile di vita comunitario e non una condizione di necessità.

E poi c’è la jungla, intricata, misteriosa con le sue fitte ombre spezzate da improvvisi bagliori d’occhi, fruscii, battiti d’ali, rane gracidanti e lucciole.

 

La Malesia è una terra che non ho mai conosciuto, se non attraverso i racconti di tigri e avventurosi pirati.

Posti lontani, ancor più di quella remota Australia che mi ha accolto esattamente un anno fa. Ed ora l’immaginario si fa concreto Mi trovo nella jungla a risalire la  corrente di un fiume su di una smilza ed agile lancia, tentando invano di avvistare leopardi e coccodrilli, come se fossero non avessero niente di meglio da fare che stare lì ad aspettarmi, per darmi il benvenuto.

E’ impressionante vedere come solo l’acqua possa aprirsi un varco nell’intrico di mangrovie, felci e liane, che nascondono al loro interno una varietà straordinaria di piante ed animali che richiederebbero mesi per essere osservati con la dovuta attenzione.

Ma non distante da quei corsi d’acqua si trova una realtà ancor più straordinaria, quella delle longhouse. Si tratta di lunghe palafitte che possono ospitare fino a cinquanta famiglie, ognuna delle quali ha la porta d’ingresso che dà su di un grande spazio comune, coperto, dove si svolge una vita comunitaria molto intensa.

I pasti, l’ora del tè, le chiacchiere serali si svolgono in questa sorta di ampio corridoio dove non vi sono mobili ma solo stuoie e tappeti su cui sedersi.
Quello della longhouse è uno stile di vita, tradizionale, forse non ricco di confort ma assolutamente suggestivo. Qui abbiamo passato  due giorni, vivendo a stretto contatto con la comunità iban che ci ha ospitato, regalandoci un’esperienza straordinariamente emozionante grazie al suo calore e all’affetto con cui tutte noi siamo state accolte.

 



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