DONNAVVENTURA - Il blog di Elisa


Forse non tutti si immaginano quanto sia duro prender parte alla spedizione di donnavventura: a prescindere dall’osservanza metodica e rigorosa di regole rigidissime (e di cui apparentemente solo poche hanno un senso), non esiste autonomia, tempo libero e momenti di svago. Le giornate iniziano prestissimo e finiscono sempre molto tardi e la concentrazione è sempre al massimo in ogni situazione. Tuttavia, nonostante  gli sforzi e la totale dedizione (senza un apparente tornaconto), spesso non ti senti compresa, valorizzata e stimata. La stessa formula va avanti per giorni e giorni (che spesso sembrano non passare mai) e, dopo non molto, sopraggiunge la stanchezza sia fisica che mentale.
Ma, al di là di tutto, c’è qualcosa di inspiegabile che ti spinge ad andare avanti e a non mollare mai. Ad oggi, dopo più di 80 giorni di spedizione (seppur intervallati dal mio breve rientro in Italia), credo di aver capito un po’ meglio perché la carovana di donnavventura abbia esercitato una così forte attrazione su di me. In ogni momento infatti si potrebbe scegliere di tornare a casa e, io per prima, in più di un’occasione ho desiderato farlo. Eppure, ogni volta, alla comoda realtà domestica ho sempre preferito proseguire il viaggio verso nuove mete.

Non credo che si tratti solo di mettersi alla prova e  di giocarsi il tutto per tutto, ma di vivere emozioni così intense che solo in questo contesto si possono vivere. Oltre al legame unico ed ineguagliabile che si crea con le tue compagne (che fino a poche settimane prima erano delle sconosciute ma per le quali versi litri di lacrime al momento del distacco), questo tipo di viaggio ti permette infatti di conoscere luoghi, cose e persone che colpiscono dritti al cuore.
 
Tra le varie mete che ricordo con più piacere sicuramente ci sono gli arcipelaghi del Borneo, ed in particolare Mataking Island, isola sud orientale del Sabah, a metà strada tra le Filippine e l’Indondonesia e lunga poco più di un chilometro.

Già l’arrivo  è stato emozionantissimo; la sagoma dell’isola ed i suoi colori intensi (resi ancora più vivi dall’orario tardo pomeridiano) hanno catturato sin da subito il mio sguardo ed è stato come catapultarsi in un mio disegno ricorrente: una piccola isoletta ricoperta di palme e circondata da un mare limpido sopra il quale si specchia il tramonto.

Questa volta però non si trattava di un disegno ma di un’isola vera, abitata da persone allegre e socievoli che ci hanno accolto con tanto di musica, abiti tradizionali e lancio di riso basmati misto a fiori esotici!

Ma i veri (e senz’altro più numerosi) abitanti dell’isola sono le tante creature che popolano le sue spiagge: varani, uccelli, granchi ed un’infinità di paguri. La spiaggia è infatti costituita - oltre che dalla sabbia - perlopiù da conchiglie e frammenti di corallo e, ad un’attenta osservazione, scopri un’infinità di creature microscopiche che si muovono in tutte le direzioni.

Decisamente caratteristico poi il “coconut crab”, una specie di granchio molto grande che riesce a staccare i cocchi (dei quali si nutre) dagli alberi e che è sempre alla ricerca di un guscio dentro il quale vivere.

Al di là della (seppur bellissima) spiaggia, la vera ricchezza di quest’isola sono il mare ed i suoi fondali. I numerosi coralli presenti ospitano una miriade di spugne, pesci colorati e stelle marine dalle molteplici sfumature: un magico mondo nascosto dove la vita si presenta in tutto il suo splendore a chi è curioso e vuole dare una sbirciatina.

L’emozione più forte però l’ho avuta quando abbiamo visitato un villaggio in un’isoletta vicina in cui la gente vive in delle palafitte sul mare ed è completamente isolata da resto del mondo.

I tantissimi bambini presenti ci hanno accolto con la gioia e l’entusiasmo che accomuna tutti i bambini del mondo di fronte alle novità, giocando con noi e regalandoci sguardi e sorrisi che mi hanno allargato il cuore. Al momento della nostra partenza, ci hanno preso per mano e ci hanno accompagnato fino alla barca: in quell’istante il cielo si è tinto di arancione  per il calar del sole e due enormi inspiegabili lacrimoni hanno rigato le mie guance.

Il vento del mare veloce se le è prese e se le è portate con se verso i suoi orizzonti più remoti lasciandomi sola a contemplare la natura selvaggia ma armoniosa che caratterizza questa parte di mondo.

Questa solo una delle infinite immagini che conserverò vive nel mio cuore ripensando a quest’ultimo mese di spedizione.
Ritornare a Kuala Lumpur, a distanza di più di tre mesi, mi ha quasi commosso. In questo periodo tantissimi paesaggi si sono susseguiti velocemente, tante compagne di viaggio si sono alternate e mi sembra sia passata una vita da quando, entusiasta ma ingenua, mi accingevo ad iniziare proprio in questa città un’avventura di cui probabilmente non mi immaginavo neppure la portata.

Ad oggi ho come la sensazione di essere una persona migliore: ho superato tanti miei limiti di cui probabilmente non avevo neppure la consapevolezza ed ho aperto la mia mente verso nuove culture e tradizioni. E di ciò devo ringraziare i miei compagni di viaggio ma anche chi, da casa, mi ha aspettata rendendo possibile l’avverarsi di questo mio sogno.
Si conclude qui dunque la mia avventura asiatica: mi giro per l’ultima volta a contemplare le magnifiche petronas tower (traguardo simbolico del grand raid) e realizzo che anch’io come loro,  seppur saldamente ancorata a terra, sono già proiettata verso l’alto alla ricerca di nuovi orizzonti da raggiungere.

 
Di Elisa (del 14/10/2007 - 12:51:46, in In Spedizione)

La giungla del Borneo non stanca mai i miei occhi. Potrei stare ore ed ore ad osservare la fitta vegetazione che prende vita nelle sue molteplici forme colorando di verde intenso l’orizzonte. Alberi dal fusto altissimo si alternano e si mescolano a palme, felci, liane e mangrovie, creando una rete intricatissima al cui interno il mistero fa da padrone.

L’accesso alla giungla è arduo e complicato: i rari sentieri sono molto stretti e spesso interamente coperti da fango mentre rami, foglie e tronchi d’albero si insinuano ostacolando il libero passaggio. La natura esplode in tutta la sua vitalità  e forza, i suoi colori, i suoni catturano interamente la mia attenzione.

Dal labirinto di fitta vegetazione echeggiano un’infinità di rumori e dietro l’apparente staticità della giungla si cela un continuo divenire di immagini sempre diverse. La giungla non è mai uguale a se stessa e, quando meno te lo aspetti, sa stupirti con immagini che riempiono gli occhi ed il cuore.

Un oran gutan appollaiato sulla cima di un albero che ti guarda con gli occhi di un bambino, un uccello variopinto dalle piume lunghe e cangianti che spicca il volo, un serpente giallo e nero che dorme acciambellato sul ramo di un albero: queste e molte altre ancora le immagini che custodirò gelosamente nella mia mente e che mi accompagneranno nei grigi pomeriggi inverna

 

Il Sultanato del Brunei è uno di quei paesi che, seppur poco conosciuto a livello turistico, da sempre stuzzica la fantasia degli italiani che, come è noto, non disdegnano lusso e ricchezze.
Il Brunei infatti, nonostante le sue ridotte dimensioni (vanta una superficie di appena 5.800 Km2) è uno dei paesi più ricchi al mondo.

Visitandolo si spiega facilmente il perché di tanta ricchezza: le pompe che estraggono il petrolio sono più numerose dei distributori di benzina (che di conseguenza costa meno dell’acqua minerale) e, già nel 1991, erano stati estratti oltre un miliardo di barili. L’economia del paese dipende quindi quasi esclusivamente dall’estrazione di petrolio e gas naturale e, solo in minima parte, dalla produzione di gomma, pepe e pellame.
Emblema del paese le sfarzose ed incantevoli moschee presenti soprattutto nella capitale Bandar Seri Begavat.

Le cupole dorate e gli svettanti minareti che si ergono dai tetti blu o verdi smeraldo conferiscono magnificenza e stile a questi edifici religiosi, mentre gli interni di marmo di Carrara e graniti di Shangai contorniati da lampadari in cristallo e vetrate inglesi ne fanno un esempio di architettura e design unico al mondo.
Ciò che personalmente però mi ha più incuriosita è la singolare figura del Sultano, il secondo uomo più ricco al mondo e nella cui persona si concentrano tutti i poteri (legislativo, esecutivo e religioso) del paese.

Il Sultano infatti non solo presiede il Consiglio dei ministri ma è anche colui che nomina direttamente tutti i parlamentari (peraltro la “concessione” di un parlamento al paese è avvenuta solo nel recente 2005) che comunque rivestono un ruolo meramente rappresentativa.
Non solo, trattandosi di un paese musulmano piuttosto integralista, vi è sia un ministero degli affari religiosi con il compito di sostenere e promuovere l’islam, sia un dipartimento governativo preposto a preservare cerimoniali e dispensare consigli su protocollo, araldica e abbigliamento.

Non c’è da stupirsi quindi se ci è stato vivamente sconsigliato l’abbigliamento succinto o scollato (premesso che per noi il problema era comunque più teorico che pratico, Mauri - a scanso di ogni possibile equivoco - per la gran serata con i giornalisti ci ha fatto indossare la camicia a quadrettoni bianca e azzurra da contadinelle!).
Ma ciò che ai nostri occhi occidentali (da secoli ormai abituati al concetto di separazione dei poteri) risulta più singolare, secondo me è la soddisfazione degli abitanti rispetto alla loro forma di governo e l’“adorazione” che nutrono nei confronti del loro monarca assoluto.

Voglio dire: non viene in alcun modo lamentata l’assenza di democrazia che anzi viene perlopiù temuta e considerata un potenziale motivo di caos e di disordine. Ciò è facilmente spiegabile se si pensa che il Sultano rappresenta per gli abitanti del Brunei una sicurezza sociale, ancor prima che economica (stante il severo sistema sanzionatorio contemplante addirittura la pena di morte, il tasso di criminalità è infatti bassissimo).

In ogni caso, al di là del lusso e della ricchezza sfrenata che caratterizza il paese (e l’albergo di 7 stelle presso il quale abbiamo soggiornato ne è un segno tangibile), ciò che spesso la gente ignora del Brunei è la natura selvaggia e vigorosa che lo caratterizza. Per raggiungere l’Ulu Tumburung national park e dormire negli headquarters messi a disposizione dal governo, abbiamo dovuto infatti effettuare un tragitto  lungo un fiume in mezzo alla giungla, durante il quale ho goduto di uno degli scenari più belli che abbia mai visto.

La giungla intorno a noi era incredibilmente fitta e rigogliosa, il sole cominciava a tramontare colorando di arancio il cielo alle nostre spalle ed anche il fiume si tingeva di mille sfumature. Tutto intorno era pace e quiete: gli uccelli dalle forme più strane (buceri compresi) e dai colori più sgargianti planavano leggeri tra le palme e, intorno a noi si sentiva solo il rumore delle creature della foresta. In men che non si dica il sole è sceso completamente, le ombre si sono allungate e la giungla ci ha avvolto con le sue ombre.

Nonostante indossassimo le nostre lampade frontali, l’oscurità faceva da padrona, sembrando materializzare strane creature notturne dagli occhi scintillanti, animali acquatici galleggianti e braccia protese verso di noi. 

In realtà la foresta aveva solamente alimentato la nostra fantasia: quando sono scesa dalla piccola barca di legno e ho constatato che in realtà si trattava solo di lucciole, tronchi galleggianti e rami, ho sorriso e ho tirato un sospiro di sollievo!

 
Di Elisa (del 06/10/2007 - 12:47:47, in In Spedizione)

Da ancor prima della partenza pensavo al Borneo come ad una terra selvaggia ed incantata in cui la natura regna sovrana dominando su tutto e su tutti, uomini compresi. E non mi sbagliavo: in quest’isola enorme (la terza isola più grande del mondo, nonché l’unica composta da tre stati distinti Malesia, Indonesia e Brunei) la natura è ancora per molti versi incontaminata ed è possibile ammirare tante specie diverse e rare vivere in perfetta simbiosi nel loro habitat naturale.

L’isola è coperta infatti da per più della metà dalla foresta pluviale, da terreno sabbioso e catene montuose che culminano con il monte Kinabalu che dall’alto dei suoi 4100 metri sembra vigilare imponente sull‘ambiente sottostante. La foresta è  esplorabile navigando i  fiumi principali, mentre la costa è per lo più coperta da mangrovie e fango.

Il territorio malese del Borneo occupa circa il 30 % dell’isola e si divide nei due Stati del Sabah e Sarawak, mentre la sua economia si basa soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali (piantagioni di pepe, gomma e palma da olio) e minerarie (ferro, oro, petrolio). Ma la vera ricchezza del Borneo è la ricca fauna presente che conta oltre 15.000 specie.

Solo in questi primi giorni abbiamo infatti avuto occasione di incontrare oran gutan, macachi,  basiche e buceri (i mitici uccelli dal grosso becco sormontato da un corno che secondo la leggenda sono di buon auspicio in quanto messaggeri dello spirito del mondo). L’avventura si fa dunque sempre più interessante e la voglia di scoprire i molteplici tesori naturali offerti da questa terra incantata è infinita.

Il miracolo della vita qui si apprezza ancora di più perché si manifesta in modo quasi violento e selvaggio in tutte le sue molteplici forme ed io, seppur nella mia infinita piccolezza, ancora una volta ringrazio il Signore di fare parte di questo stupendo creato.

 
Di Elisa (del 16/09/2007 - 12:46:54, in In Spedizione)

Arrivate a Johor Bahru è arrivato il fatidico momento di salutare i nostri pick up: soli soletti navigheranno verso il Borneo e noi, nell’attesa, trascorreremo qualche giorno in un’isola per poi prendere un volo locale.
Ci sentiamo un po’ sperdute senza le nostre “seconde case” a cui ormai ci siamo affezionate tantissimo ma, per quanto mi riguarda, mi consolo subito pensando che sicuramente riceverò meno urla e avrò meno momenti di “panico a bordo”!!

Messo a posto il fazzolettino bianco e asciugata la lacrimuccia stiamo per tornare in albergo quando, improvvisamente, ci dicono che non si può entrare perché l’edificio è stato evacuato a causa di un terremoto scoppiato a Sumatra.

Le onde sismiche dovrebbero farsi sentire da lì a poco e, secondo il personale addetto, è opportuno attendere l’intervento dei vigili del fuoco. Disorientati e confusi, attendiamo fuori dall’albergo un’oretta fino a quando non ci rassicurano che il pericolo è passato ed è possibile rientrare.

In realtà il giorno successivo, durante la colazione, iniziamo ad avvertire dei forti oscillamenti e a vedere muovere i lamapadari sopra le nostre teste. Non solo: Diego il cameraman ci informa di aver ricevuto un sms dalla Farnesina in cui si avvertono gli italiani del rischio tsunami nelle coste della Malesia. Subito sui nostri volti si dipingono espressioni di stupore misto ad angoscia: la situazione è critica, soprattutto perché ci attende la barca che ci deve trasportare all’isola di Tinggi.

Tuttavia le notizie ufficiali sono piuttosto rassicuranti per noi: il terremoto ha avuto il suo epicentro a Sumatra (ovvero a sud della Malesia) per cui se ci dovesse essere un’onda anomala in teoria noi dovremo essere piuttosto tranquilli in quanto navighiamo verso la costa orientale.

Sopravvissuti anche al pericolo Tsunami (dopo l’”epidemia gastro-intestinale” dell’altra volta), finalmente approdiamo nella tanto desiderata (almeno da me) isola di Tinggi.

Ancor prima di scendere dalla barca i nostri occhi si riempiono di un panorama a dir poco stupefacente: in mezzo alle acque cristalline si erge quest’isolotta a forma conica (di origine vulcanica), ricoperta da una vegetazione lussureggiante ed orlata da spiagge bianchissime.

Le fitte palme che si intravedono già in lontananza le conferiscono quel tocco esotico ed io, che non ho mai visto niente di simile, mi sento molto il Robinson Crusoe della situazione alla ricerca di terre sperdute da esplorare. In realtà, una volta scesa dalla barca, scopro che la mia sensazione è molto più verosimile di quanto possa sembrare perché, prima di noi, mai nessun italiano era approdato su quest’isola di cui pare che neppure le guide turistiche abbiano informazioni precise.

Del resto l’isola conta appena 210 abitanti e - a parte un unico negozio che vende di tutto un po’, un ospedale in cui il dottore viene solo due volte l’anno (chi abita qui non può far altro che sperare di godere sempre di ottima salute!), una scuola di 25 studenti e qualche capanna – non c’è veramente niente.

O meglio, c’è tutto quello che basta per trascorrere dei giorni di relax in perfetta simbiosi con la natura. Il mare è così caldo e trasparente che sembra chiamarti ad immergerti nelle sue acque cristalline e la vegetazione così verde e rigogliosa che anch’essa sembra invitarti a scoprire i misteri nascosti nella fitta giungla. In particolare è stato interessantissimo affrontare il tortuoso sentiero (che io, Francesca e Diego abbiamo fatto per ben tre volte in un giorno per una serie di misunderstanding con il boss, emettendo litri di sudore…) che conduce agli alberi di caucciù che gli abitanti dell’isola rivendono sulla costa insieme ai frutti del mare e all’olio di cocco.

Non ho dubbi: Tinggi Island per me è stata un’esperienza unica a cui sicuramente ripenserò con nostalgia quando sarò chiusa tra le quattro mura del mio ufficio!

 

 
Di Elisa (del 10/09/2007 - 12:45:46, in In Spedizione)

Come si fa a conoscere veramente a fondo un Paese, la sua cultura e le sue tradizioni? C’è solo un modo: vivendo a stretto contatto con la gente del posto, condividendone la quotidianità ed immergendosi nelle loro abitudini.

Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di trascorrere una giornata all’interno del villaggio malese Menguang Titi, dormendo ospiti all’interno delle loro case.  Si tratta di un villaggio situato a circa 32 Km da Georgetown via Penang Bridge (il ponte più lungo d’Asia che collega l’isola di Pinang a Butterworth), immerso tra palme, alberi della gomma e noci di cocco.

Ci siamo divise in gruppi di due e ad ogni coppia è stata assegnata una famiglia malese. Io e Silvia siamo capitate a della Signora Sophia, una simpatica sessantenne che, pur non parlando una parola di inglese, ci ha fatto subito sentire a nostro agio, come se fossimo a casa nostra.

La casetta, seppur semplice e senza tante pretese, ci è sembrata  accogliente e funzionale. In particolare ci è piaciuta molto la nostra cameretta: un lettone arancione con tanti cuscini che ci ha fatto dimenticare anche i tre ragnoni che stavano sospesi sul soffitto sopra alle nostre teste mentre dormivamo.

E’ stato interessante inoltre scoprire come queste persone abbiano concetto di famiglia molto più ampio e solidale rispetto al nostro: nella stessa abitazione vivono infatti moglie, marito, figli, zii, nonni, nipoti e cugini. Non solo: durante il giorno spesso e volentieri si uniscono anche i vicini in modo da prendersi cura dei bambini mentre i genitori sono a lavoro!

La serata trascorsa al villaggio è stata soprendente: gli abitanti hanno organizzato solo per noi una festa bellissima, con cena tipica, tamburi e spettacolo di bambini che hanno cantato e ballato mentre noi ci gustavamo le leccornie locali.

Finita la cena siamo tornate nella nostra casetta immersa nella foresta e, la nostra “madre malese” ci ha chiesto se volevamo andare a vedere ei ragazzi che stavano ballando una danza indiana in una casetta vicina. Noi non ce lo siamo fatto ripetere due volte e, giunte sul posto, abbiamo conosciuto questi ballerini che, seppur in ristrettezza di mezzi, erano comunque riusciti ad organizzare una vera e propria scuola di ballo all’interno di una sorta di garage.

Affascinate dalla bravura di queste persone e dal ritmo della musica, io e Silvia ci siamo fatte prendere dall’entusiasmo ed abbiamo cominciato a ballare pur non conoscendo i passi. I ballerini si sono subito dimostrati estremamente disponibili e, con gentilezza e pazienza, ci hanno insegnato i movimenti principali. Incredibile: dopo neanche un’ora andavamo così spedite e coordinate che abbiamo seriamente preso in considerazione l’ipotesi di segnarci ad un corso di danza indiana al nostro rientro in Italia! Finito il ballo ci siamo trattenute un po’ lì con loro, approfittandone per conoscere un po’ di informazioni e curiosità.

Per esempio abbiamo scoperto che l’hennè che molte donne avevano sulle dita delle mani è simbolo di buon auspicio ma chi non è sposato non lo può avere.
Insomma, la nostra giornata “in famiglia” ci ha regalato tante emozioni  e tanta conoscenza in più, sicuramente un patrimonio inestimabile che custodiremo con cura nel nostro baglio personale dei ricordi!

 
Di Elisa (del 10/09/2007 - 12:44:31, in In Spedizione)

Non ci posso credere: dopo neanche un mese dal mio rimpatrio sono di nuovo in Tailandia a parlare dei luoghi incantati che la carovana di donnavventura sta attraversando.

Ed è proprio vero che le sorprese non finiscono mai: in questi giorni io e Benedetta abbiamo avuto per la prima volta la possibilità di scoprire e raccontare (attraverso le foto ed i video da noi creati) una tappa del viaggio in totale, assoluta (ed emozionantissima!) autonomia.

Il perché di tale  singolare “autogestione” va ricercato in qualcosa di infetto che abbiamo bevuto o mangiato. Cosa c’entra il cibo con l’autonomia del nostro reportage? Andiamo per ordine e facciamo un passo indietro nel tempo.
Lasciata Bangkok, la carovana si è diretta verso la località di mare Cha-am.

Qui, seppur tristi per la partenza di Yanne (con la quale avrei tanto voluto proseguire l’avventura cominciata insieme…) di Manu e di Ale, la squadra era comunque pronta ad affrontare con entusiasmo le nuove tappe del viaggio. In particolare eravamo tutti emozionati all’idea di raggiungere da lì a pochi giorni il Myanmar e le sue isolette selvagge.

Senonchè, poco prima di andare a dormire, io inizio ad avere i primi sintomi di un disturbo gastro-intestinale che, nelle ore successive, avrebbe colpito tutti noi (eccetto Stefania), mettendo la squadra KO.

Ed infatti al mattino, al posto della squadra di donnavventura si presenta un gruppo di zombie viventi che si trascina per inerzia presso la clinica più vicina per sottoporsi a punture ed antibiotici vari.
Terminato il trattamento sanitario non c’è tempo da perdere. Dobbiamo assolutamente metterci in moto per raggiungere il confine con il Myanmar perché i visti hanno una durata temporale limitata ed altrimenti scadono. Tuttavia, raggiunta la città di confine di Ranong, io e Benedetta continuiamo ad essere le più colpite dal disturbo e Maurizio decide di lasciarci tre giorni qua per riprenderci e, nel frattempo, andare alla scoperta di questa interessante città di confine.

Non ce lo facciamo ripetere due volte: si tratta di un’opportunità unica sia per riposarsi (non tanto per me che sono appena tornata, ma per Benedetta che ha già affrontato 50 giorni di spedizione) che per provare da sole a realizzare qualcosa di interessante con i mezzi a nostra disposizione.
Ed infatti, accompagnato il resto della squadra al battello che li avrebbe condotti al border, ci siamo subito munite di telecamera e macchina fotografica per andare a cercare gli angoli più caratteristici della città.

Stante la forte influenza birmana, Ranong ci ha subito ricordato Maesot, l’altra città di confine che abbiamo incontrato nel nostro percorso. Abbiamo rivisto molte donne con il viso ricoperto da una pasta bianca (che, si dice, schiarisca la pelle e la renda più morbida) e molti uomini invece con il tradizionale pareo birmano (il cosiddetto “Longyi”) legato in vita.
Non solo, tutta la città è bilingue e addirittura i musulmani presenti in zona provenienti dalla Malesia parlano un dialetto che è un mix tra malese, tailandese e birmano.

Ma la città di Ranong è rinomata non solo per essere un punto di confine con il Myanmar (e conseguentemente un importante snodo commerciale),  ma anche per le sue terme (Raksa Varin Hotspring) e le sue cascate.
Molti tailandesi si recano infatti in questa città per godere degli effetti benefici di quest’acqua sorgiva che, si crede, abbia delle doti terapeutiche miracolose. In realtà si tratta di un’acqua caldissima (65 gradi) in cui possono bollire le uova ed in cui non si capisce come facciano i tailandesi ad immergersi, soprattutto per l’elevata temperatura che c’è anche all’esterno.

A dirla tutta io non sono riuscita ad immergere neanche un piede, tanto era il senso di ustione in corso! Suggestivo e particolarissimo comunque lo scenario che circonda queste terme, completamente immerse nella foresta e con un ponte tibetano che le sovrasta.

Altro punto di interesse della città è sicuramente il tempio buddista di Haad Som Pan, ricco di simboli e raffigurazioni sacre, tra i quali il grosso serpente che si narra  erge davanti al buddha per (si narra) difenderlo dagli spiriti maligni, nonchè la lunga fila di campane il cui suono si crede possa essere ascoltato direttamente nell’aldilà.
Altrettanto interessante (anche se casuale) l’incontro con la squadra locale di Thae Kwon do e con la campionessa regionale che, durante l’allenamento, ci ha dimostrato possedere una forza incredibile.

Insomma, seppur non abbiamo potuto visitare il Myanmar, siamo molto soddisfatte del lavoro svolto e dei nostri tre “indipendance days” alla scoperta di Ranong!

 
Di Elisa (del 06/08/2007 - 12:43:49, in In Spedizione)

Questi ultimi giorni sono stati molto intensi e ricchi di emozioni, sia per gli incontri che per i tragitti effettuati. Abbiamo visitato la comunità cinese di Hmog kao e quella Karen di Behkio Reffugine: trattasi di persone che vivono in capanne di legno isolate dal mondo, sopravvivendo solo con i frutti della terra e con l’allevamento del bestiame. Quando siamo arrivati era mattina, per cui tutti gli uomini erano al lavoro nei campi ed al villaggio erano rimaste solo le donne ed i bambini.

Ciò che mi ha più colpito è stato il contrasto tra la giovane età di queste madri e la maturità che trapela dai loro occhi. Anche i bambini più piccoli sembrano accorgersi della difficile situazione in cui vivono ed infatti quasi non si sentono!

Ma il vero brivido è stato il percorso fuori strada che abbiamo dovuto affrontare per raggiungere le nostre mete: diversi chilometri di fango bagnato in discesa che ci hanno fatto sudare le sette camicie per percorerli!

Il terreno era infatti scivolosissimo ed era necessario che la navigatrice (che in quel caso ero io) scendesse dalla macchina ad indicare  alla propria compagna i posti esatti dove mettere le ruote…che responsabilità! Il problema era che si scivolava anche a piedi (non a caso mi sono ritrovata più di una volta con le gambe per aria!), quindi figuratevi in macchina! Comunque tra uno slittamento ed una buca, alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare alla fine del sentiero senza danni apparenti!

Altra tappa significativa è stata la città di Chang mai, la seconda città (dopo Bangkok ovviamente) più importante della Tailandia ,che vanta un coloratissimo mercatino notturno al cui interno si può trovare veramente di tutto un po’. Peccato che i tempi di donnavventura non prevedano soste per lo shopping, per cui (strano ma vero!) sei donne che hanno attraversato un intero mercato senza comprare alcunché!

Durante il nostro percorso abbiamo avuto anche l’occasione di visitare alcuni templi buddisti, tra cui quello di Chinarai. E’ incredibile la spiritualità e la calma che si respira in questi luoghi: un invito a trovare un po’ di tempo per la meditazione e la concentrazione.

Ultima tappa della Tailandia è stata la parte nord-est del paese: abbiamo viaggiato lungo le sponde del Mekong river per raggiungere Vientiane, la capitale del Laos. Il fiume scorreva impetuoso accanto a noi durante il tramonto e con lui i nostri cuori. Purtroppo il viaggio infatti sta giungendo a termine per alcune di noi ed io mi sento che sarò una di quelle che dovrà abbandonare.

Le sensazioni sono infinite ed indescrivibili. Sicuramente, comunque vada, sono felice. Torno a casa più ricca di conoscenza e di amicizia e questa è la cosa per me più importante.

 
Di Elisa (del 01/08/2007 - 12:43:05, in In Spedizione)

Negli ultimi tre giorni abbiamo viaggiato lungo il confine tra la Thailandia del nord e la ex Birmania, oggi Myammar. Il paesaggio si è presentato subito molto diverso rispetto al sud:  le rilassanti spiagge della parte meridionale del paese hanno lasciato il posto a risaie e a montagne ricoperte di fitta vegetazione che ci hanno costretto ad un tragitto più impegnativo e più lento rispetto al precedente.

La prima città di confine che abbiamo incontrato è stata Mae Sot, famosa per il cosiddetto “ ponte dell’amicizia” che collega i due paesi.

Presumibilmente il nome deriva dal fatto che la Thailandia offre asilo politico a molti rifugiati del Myammar, fuggiti dal loro paese a causa della guerriglia. Molti di loro vivono in delle comunità organizzate ed una delle più popolose tra queste è sicuramente quella di Karen (conta circa 20.000 persone) che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso.

E’ stato emozionante osservare queste persone che, nonostante non ci conoscessero, sono accorse tutte sorridenti a salutarci. I loro sguardi, seppur segnati dall’intensità di un’esistenza non facile, lasciavano trasparire cordialità e benevolenza verso il prossimo, così come le loro abitazioni (costituite per lo più da capanne ricavate nella giungla) sembravano calde e accoglienti.

Nonostante in questa zona la natura sembra avere il sopravvento sull’uomo   (sia a causa della folta vegetazione che dei violenti acquazzoni), queste persone sono riuscite a costruire il loro villaggio in perfetta armonia con il territorio  circostante senza alterarne la sostanza.  Sicuramente un esempio di come l’uomo può (e deve) rispettare l’ambiente e, al contempo, sfruttarne le risorse per la propria sopravvivenza.

 

Da pochi giorni ci siamo lasciati alle spalle la Malesia per entrare nel vivo della nostra spedizione tra i paesi del sud est asiatico. 

Adesso ci troviamo in Thailandia, un paese autenticamente orientale in cui talvolta il tempo sembra che si sia fermato centinaia di anni fa. Dai personaggi che popolano le vie delle città, ai mezzi di trasporto, agli animali (solo ieri abbiamo visto tre elefanti e una scimmia), questo paese riserva continue sorprese.

Ieri l’altro siamo finalmente giunti al mare, esattamente a Phuket, dove per fortuna c’è stato tempo anche di fare un bagno nelle calde acque di Petong beach: che meraviglia! La bellezza dello scenario ha tuttavia lasciato posto alla tristezza allorquando abbiamo assistito allo Tsunami Evacuation test che, per la prima volta da quel terribile dicembre 2004,  è stato effettuato proprio ieri. 

Anche se ovviamente eravamo stati avvisati che si trattava solo di una prova, la simulazione di quel momento ci ha fatto venire la pelle d’oca. Abbiamo infatti pensato  all’angoscia e al panico che devono aver provato le persone coinvolte in tale dramma e , anche grazie alle testimonianze di alcuni sopravvissuti, ci siamo immedesimati nella situazione.

Oggi invece ci troviamo a  Chumphon, una località balneare lontana dal turismo di massa di Pucket  in cui pare che gli stessi Thailndesi vengano a godersi qualche ora di relax. Per donnaventura invece non è mai tempo di relax, domattina ci sveglieremo all’alba e, come ogni giorno, partiremo ala scoperta di una nuova meta da raccontare.

 
Di Elisa (del 24/07/2007 - 12:31:34, in La Partenza)

Adesso ci siamo per davvero.

Ieri è cominciata infatti la spedizione vera e propria e finalmente siamo partite da Kuala Lumpur alla volta di Fraser’s Hill e Cameron Highland.

I cinque giorni trascorsi nella capitale della Malesia sono stati preziosissimi, sia per ambientarsi che per capire meglio cosa vuol dire Donnavventura.

Dietro ad un’organizzazione così efficiente infatti ci sono un’infinità di regole da rispettare e di cose da (ricordarsi di) fare. Del resto, stante l’asperità e l’ampiezza del territorio da attraversare, non potrebbe essere altrimenti. Quella che fino a ieri era la vita quotidiana di tutte noi all’improvviso non esiste più: ogni gesto, parola o pensiero è finalizzato alla buona riuscita della spedizione e per tutto il resto di tempo non ne rimane.

Il che da una parte è anche un bene perché non hai tempo neppure di pensare a quanto sei lontana da tutti i tuoi cari e a soffrire la nostalgia.

Per quanto riguarda invece l’approccio con la cultura asiatica, devo dire che per me è stata una piacevole sorpresa. L’educazione ed il misticismo che si respira qua non può non venire apprezzato sotto ogni punto di vista.

Che dire poi dell’accoglienza che ci hanno riservato: da vere star!  Giornalisti e fotografi ci hanno immortalato come delle dive della tv italiana, intervistandoci e dedicandoci una moltitudine di articoli di giornali, un’esperienza che credo non mi ricapiterà mai più nella vita e che devo dire non è stata affatto spiacevole!!

 











< aprile 2014 >
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