DONNAVVENTURA - Il blog di Francesca


Di Francesca (del 16/09/2007 - 14:18:12, in In Spedizione)

Siamo nella cintura di fuoco del Pacifico, una zona soggetta a terremoti che non hanno tardato a farsi sentire.

La mattina successiva all’allarme terremoto, durante la colazione, al 22° piano dell’hotel che ci ospitava c’è stata una scossa. Pochi secondi, silenzio poi panico. Dopo la tensione sfumata della sera prima avevamo dimenticato questa possibilità che invece si è concretizzata dimostrando a pieno la sua imprevedibilità.

Il pensiero più preoccupante si concentra sulla prosecuzione del viaggio. Mauri aveva annunciato che i prossimi giorni, aspettando che i pick up fossero traghettati in Borneo, avremmo passato qualche giorno su un’isola ad un’ora di barca dalla costa sud orientale della Malesia. Ma ora il rischio zunami aleggia nell’aria, anch’esso con la sua imprevedibilità.

Il viaggio continua senza variazioni confidando nella proverbiale buona sorte che accompagna da anni il Donnavventura’s team e qualche informazione sulla posizione dell’epicentro sismico rispetto a dove siamo diretti.
Raggiungiamo l’arcipelago di Seribuat che ognuna di noi già conosce ed ha visto nei propri sogni. Acqua azzurrissima, sabbia bianca, atollo corallino e sullo sfondo, jungla tropicale.

Siamo i primi italiani a visitare l’isola.
Sapevo già di essere in una zona con fenomeni vulcanici diffusi ma vedere dalla barca il profilo dell’isola con la classica forma a cono vulcanico, da manuale di geologia, è stato davvero entusiasmante.

Il panorama è davvero incantevole. Ci sono isolette sparse all’orizzonte che sembrano esplodere di palme da cocco, fusti altissimi, piante di ogni dimensione e misura con mille tonalità di verde. Il clima equatoriale, caldo umido, funge proprio da serra naturale; sole ed acqua in abbondanza.

Il blu del mare si fonde gradualmente con il celeste del cielo ed è difficile individuare la linea dell’orizzonte.
Nell’isola c’è un piccolo villaggio abitato da circa duecento persone.

Le costruzioni sono colorate, ad un passo dal mare e con grandi verande. C’è la scuola arancione, una piccola infermeria gialla, la casa delle riunioni tutta rosa e la stazione di polizia blu.

Lavorano il cocco e producono l’olio, pescano ed estraggono il caucciù dalle palme. Non sono autosufficienti e hanno bisogno di acquistare altri prodotti nella terra ferma che raggiungono almeno una volta a settimana con la barca.

L’atmosfera no stress dell’isola contrasta fortemente con i nostri ritmi frenetici ed incalzanti e tende a contagiarci. Senza l’approvazione di Mauri, ci abbandoniamo a questa, in attesa del prossimo temporale. Arriverà prima quello portato dal monsone o quello di Mauri?!?

 
Di Francesca (del 10/09/2007 - 14:12:59, in In Spedizione)

Che bell’esperimento ha inventato Mauri!!
Ha diviso il team in tre coppie di ragazze e le ha assegnate a tre famiglie malesi. Io e Elena siamo state adottate dalla famiglia Abu.

Il nucleo familiare è composto dai genitori e da ben sei figli, tre femmine e tre maschi. La figlia maggiore a sua volta ha un figlio di tre anni ed essendo separata vive in famiglia. Ben nove persone in tre stanze da letto.
La casa è semplice ma pulita. Non c’è la doccia ma un grande secchio da cui attingere acqua da rovesciarsi addosso con una ciotola.

La struttura della casa è povera. Non ci sono gli infissi alle finestre e il pavimento è di cemento.
Il tetto, in lamiera, è isolato dall’interno con pannelli di legno.
All’interno però ci sono elettrodomestici, dvd, televisione e stereo.
La casa è ordinata e ben organizzata.
Ci sono tende rosa alle finestre ed alle porte.

Nella sala da pranzo c’è un piccolo lavabo che serve per lavare le mani.prima e dopo i pasti, tanto più visto che mangiano con le mani.

C’è molta armonia in casa. Il padre, tornato dal lavoro, mentre si lavava giocava con i figli più piccoli che gli stanno intorno contenti del suo rientro. La madre non lavora e si occupa della casa. Con noi è stata molto carina e premurosa. La sera, dopo cena, sono tutti li intorno alla televisione. Ridono, scherzano tra loro guardando un film malese con i sottotitoli cinesi ….. io e Elena abbiamo avuto qualche problemino nel capire il messaggio dell’autore.
La sensazione immediata è di serenità, organizzazione e rispetto delle regole della comunità.

In realtà ci sono aspetti che ci hanno lasciate un po’ perplesse.
Il figlio maggiore frequenta l’università.  La figlia maggiore invece, fa l’operaia. Il padre lavora e la madre sta in casa. Gli uomini possono fumare, le donne no.  Le donne devono indossare un velo che copra le spalle ed il capo e non possono scoprire le gambe, gli uomini non hanno limitazioni nell’abbigliamento.

Osservo, chiedo, ascolto ma forse è ancora troppo presto per capire.

 

Tempo 48 ore e sono già in viaggio alla volta di Milano da dove inizierà la mia nuova avventura “il Gran Raid della Malesia 2007”.

Questo è il bello di far parte del team di Donnavventura. Valigie sempre pronte e tanta voglia di avventura. A Bangkok aggiornamento del team.
Salutate Yanne e Manuela, appena conosciute purtroppo, si parte con obbiettivo Myamar.
Facciamo tappa a Chan Am ancora in Thailandia.
Come ogni sera, dopo cena, ognuno si occupa dei propri compiti.
A me quest’anno hanno affidato il media log, una sorta di premontaggio delle immagini video, una novità per me. Mi addormento leggendo informazioni sul Myamar. Nel cuore della notte mi sveglio in preda a fortissimi crampi addominali. Panico. Primo pensiero:”Mauri mi lascia qui”.

Lotto per ore contro la nausea e i dolori.
Durante una delle mille incursioni notturne al bagno incontro anche Elena nelle mie stesse condizioni. Alle prime luci dell’alba l’annuncio: stiamo tutti male. Anche Mauri!!! Non pensavo potesse accadere!!!

Visitati in una piccola clinica, puntura di gruppo, scorta di antibiotici e si riparte, un po acciaccati, verso il Myamar. Il passaggio alla dogana non è  semplice. Controlli ripetuti. Ottenuti i permessi ci imbarchiamo alla volta dell’arcipelago del Mergui. Le barche con cui veniamo trasportati sono i loro abituali mezzi di spostamento. Sono lunghe ed affusolate e per essere manovrate agevolmente hanno eliche attaccate a lunghi timoni che possono ruotare di 180 gradi rispetto alla barca.
Annuncio di Mauri: staremo tre giorni in barca, la Moken Queen.
Facciamo cambusa e si salpa. Il paesaggio è mozzafiato.
L’orizzonte del mare, da qualsiasi direzione si osservi, è interrotto da profili di isole di ogni dimensione tutte con una vegetazione molto rigogliosa e verdissima.

In lontananza si vedono piante di cocco lunghe ed affusolate che spiccano su una foresta ancora del tutto integra.
Durante la visita a una delle poche isole abitate abbiamo osservato uno dei villaggetti dei pescatori che durante il periodo delle piogge ospita anche i Moken, una popolazione nomade chiamata anche gli zingari del mare. I villaggi sono fatti di palafitte. I bambini sono molto festosi e giocano con cani, papere e scimmie. La vita quotidiana si svolge intorno al mercato, organizzato nel centro del villaggio intorno ad una pianta enorme che ricorda un po il libro della giungla. Ci sono verdure, pesce, carne e molta frutta.
In lontananza abbiamo anche visto passare i Mokan.

Una barca a motore trainava almeno 15 barche piccole in fila legate l’una all’altra, con a bordo ciascuna una persona.
Questo è il modo più economico e meno faticoso per loro per spostarsi e percorrere grandi distanze in mare.
Difficile descrivere le sensazioni provate.

Sembra di essere in un altro mondo, difficile comunicare con loro, difficile capirsi, facile sorridersi.

 



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