DONNAVVENTURA - Il blog di Yanne


Non stavo bene questa mattina al mio risveglio, ma le emozioni inaspettate che questa giornata mi ha regalato, mi hanno presto fatto dimenticare tutto il resto.

È  stato il primo giorno di vera avventura: ci siamo lasciate alle spalle la scorta della polizia per affidarci finalmente solo alle nostre cartine, ai nostri navigatori e al nostro intuito. Abbandonata la capitale e con lei anche l’asfalto, ci siamo addentrate nelle zone rurali, attraverso una pista sterrata che costeggia il Mekong river, a tratti polverosa e piena di buche,  a tratti fangosa e scivolosa, tanto che Silvia, in macchina con me, ha perso il controllo del pick-up e siamo finite fuori strada!

Abbiamo attraversato decine di villaggi,  in cui la prima cosa che mi colpisce è che, nonostante l’estrema povertà, gli abitanti, che vivono in perfetta armonia con la natura, sembrano essere davvero felici. Basta un sorriso, subito ricambiato, per conquistare la loro fiducia e simpatia. E non dimenticherò mai la gioia di anziani e bambini, semplicemente per aver regalato loro una saponetta, uno spazzolino o anche solo una bottiglia d’acqua.

 
Di Yanne (del 28/08/2007 - 14:43:24, in In Spedizione)

Non capita tutti i giorni di attraversare un paese, scortati da una macchina della polizia a sirene spiegate che ti fa largo in mezzo al traffico intenso facendo segno con il manganello agli automobilisti di spostarsi e passando anche con i semafori rossi! Questo è quanto ci sta capitando lungo le strade del Vietnam: ancora non è ufficiale, ma potremmo finire sul guinness dei primati per aver fatto il viaggio scortato più lungo della storia. Il motivo di questo trattamento, è dovuto al fatto che i nostri pick-up hanno il volante a destra e qui è proibito circolare così…


Raggiungiamo la capitale vietnamita, Hanoi: è incredibile la quantità di motorini che circolano in questo paese, sono come sciami di api impazzite, sempre con la mano sul clacson, senza casco e pronti agli scartamenti  più bruschi piuttosto che dover frenare.  Questo del traffico è un problema importante qui: ogni anno muoiono per incidenti stradali circa 30.000 persone, più di quante vittime seminava la guerra del Vietnam.
Di Hanoi visitiamo il famoso Quartiere Vecchio, che con i suoi mille anni di storia, è la zona più vivace della città, e il Tempio della Letteratura, magnifico esempio di architettura asiatica. Qui le persone sono solite bruciare delle banconote come forma di preghiera agli spiriti. Ne approfittiamo per farci anche un bel giro in risciò: in Italia mi mancherà molto ☺.
La prima sera andiamo a cena a casa del vice-ambasciatore italiano: qui, gli invitati, la maggior parte italiani, ci danno il benvenuto e ci festeggiano calorosamente. Intervistando le persone qua e là, scopro che tra loro c’è anche una ragazza italiana che qualche anno fa partecipò alle selezioni di Donnavventura (senza essere scelta) e ora fa la stagista in ambasciata! Dovevamo lasciare Hanoi il giorno successivo, ma a causa di un ritardo nei permessi, (sempre per il problema del volante a destra), decidiamo di organizzare un pulman per visitare Halong Bay.

Sembriamo 6 ragazzine in gita di terza media! Questa baia, con i suoi 3000 isolotti di roccia calcarea sul delta del fiume Rosso, rappresenta la meraviglia naturale più bella del Vietnam. Prendiamo una barca che ci traghetta in mezzo a questi isolotti: passiamo anche in mezzo a dei villaggi galleggianti, hanno persino le scuole! Questa gente abita qui da 3 generazioni; il governo gli ha intimato più volte di andarsene, ma loro si rifiutano di tornare ad abitare sulla terra ferma. Incontriamo un villaggio galleggiante anche lungo il fiume Hoang-Long: qui i pescatori remano usando i piedi invece delle mani. Iniziamo la nostra traversata verso sud del paese: incontriamo villaggi caratterizzati da casette in mattoni strette e allungate, perché qui, una volta, si pagava la tassa sulla superficie della facciata, mezzi militari, carri tirati da buoi, acquitrini con centinaia di oche selvatiche, motorini con ceste laterali piene di animali vivi, a volte anche cani, pronti ad essere uccisi e mangiati.

Solo chi mi conosce sa che cosa provo nel vedere scene di questo genere. Questo popolo mangia di tutto: oltre ai cani,  anche gatti, scimmie, serpenti, squali, topi lucertole e tartarughe. Il paesaggio è cambiato: ora intorno a noi distese di verde sconfinate e, in lontananza, rilievi montuosi calcarei movimentano il panorama. A Ferragosto visitiamo le grotte di Phong-Na: hanno 25milioni di anni e sono le più belle e grandi del paese. Scopriamo che in tempo di guerra servivano anche come ospedale e rifugio per le armi. Fino ad ora abbiamo sempre costeggiato il mare senza mai vederlo, finché non abbandoniamo questa strada e prendiamo la litoranea: che bello! Intorno a noi, allevamenti di pesce e gamberi, pescatori su barchette allungate che ricordano le nostre gondole e ancora risaie, dalle tantissime sfumature di verde.

Qui sul mare si respira un’altra atmosfera: gente sul lungomare seduta su sgabelli microscopici a mangiare pesce, locali colorati e baie che al tramonto sembrano cartoline. Facciamo una sosta nel museo della città di Son May, che ricorda come qui gli americani massacrarono più di 500 persone, tra cui molti bambini e cercarono poi di insabbiare l’accaduto. Le foto del massacro e i resti delle bombe, mi fanno gelare il sangue. Sosta in un villaggio di pescatori, dove io ho la brillante idea di fare un giro in un mun, un cestone di bambù usato come imbarcazione. Iniziamo ad imbarcare acqua e più volte rischiamo di cappottarci! Proseguendo verso sud, incontriamo rocce granitiche simili a quelle sarde, alberi di frutto del drago, chiese cattoliche e bancarelle di baguette ai lati della strada.
Arriviamo sul delta del Mekong river a Dong Hoa Hiep,  un piccolissimo villaggio di pescatori e parcheggiati i  nostri pick-up al sicuro in una stazione di polizia, ci sistemiamo per la notte in una villa coloniale antica, in cui dormiamo tutte insieme nella stessa stanza, su lettoni ricoperti da enormi zanzariere. L’escursione in barca ci fa scoprire come la vita che si sviluppa intorno ad un  fiume possa essere intensa: qui tutte le mattine alle 6, le imbarcazioni che la notte fungono da abitazioni, levato il loro tetto di paglia, si trasformano in bancarelle galleggianti, cariche di lichee, noci di cocco, canne di bambù, cocomeri.


L’ultima tappa prima di varcare il confine tra Vietnam e Cambogia è Ho Chi Min City, ex Saigon. Questa metropoli (è la città più grande del Vietnam), è brulicante di vita, le sue strade caotiche sono in continuo fermento. Non è stato facile guidare il pick-up e destreggiarsi in mezzo a tanta confusione! Ma dopo la tranquillità che si respira sulla costa, questa città serve anche a darmi l’energia giusta per proseguire questa spedizione e non la dimenticherò tanto facilmente visto che è proprio da qui che il boss ci ha restituito per la prima volta, anche se per pochi minuti, il cellulare! Non sono riuscita a parlare con il mio fidanzato ☹ ma con mia mamma sì!!!!! È il regalo più grande che potessi ricevere.. Grazie Mauri! E buon complimese anche alla mia piccola Benedetta, che come me manca da casa da quel lontano 13 Luglio. Auguri a noi!!!

 
Di Yanne (del 16/08/2007 - 14:42:55, in In Spedizione)

Lasciamo Nong-Khai e con lei anche la Tailandia. È un paese in cui vorrei tornare. Come al solito ci aspetta la burocrazia doganale, anche se sta volta è molto più veloce. Giungiamo in Laos  attraversando il ponte sul Mekong river, che lo separa dalla costa tailandese. C’ è una grossa novità: sono in arrivo tre riserve che sostituiranno 3 di noi: Giusy, Ely e Jenny.
L’umore quindi non è certo dei migliori, anzi, il morale è proprio sotto le scarpe. Senza nulla togliere alle nuove ragazze, mi sono affezionata talmente alle mie compagne di avventura che le lacrime scendono senza controllo.
Lo so, non sarà più lo stesso senza di loro: abbiamo iniziato insieme, condiviso tanti momenti anche difficili, riso fino alle lacrime e imparato dai nostri errori. La loro partenza mi ha abbattuto parecchio. Spero di riuscire a ripartire con la grinta di prima, come gli ho promesso.

Lo stesso giorno della loro partenza non è stato facile mantenere il sorriso durante la festa che che la Mitsubishi di Vientiane ha organizzato per noi: conferenza stampa con tv e giornali, scortate poi sul cassone del pick-up a visitare i monumenti più belli della città, cena (che non aveva niente da invidiare ad un gran gala!), e serata danzante a cui noi Donnavventura abbiamo naturalmente partecipato attivamente ☺, ma la cosa più emozionante è stata la cerimonia “ba-ci”, in cui gli ospiti d’onore, noi, inginocchiate in cerchio  scalze, siamo state messe in contatto con gli spiriti protettori attraverso un filo bianco legato al polso da un lato e ad un alberello al centro. Ci hanno poi donato dei cibi e ognuno dei presenti ci ha legato un cordoncino bianco al polso e annodandocelo ci ha fatto un augurio personale: salute, felicità buon viaggio. Che modo fantastico di praticare la  religione, mi sono commossa mentre queste persone che non avevo mai visto prima si inginocchiavano accanto a me per augurarmi ogni bene…


È quando lasciamo la capitale e i suoi edifici di cemento che sento di entrare nel “vero” Laos: quello delle montagne verdeggianti, talmente fitte di vegetazione da non lasciare intravedere nemmeno uno spicchio di terra rossa sottostante, delle strade sterrate, tutte curve e buche, e dei villaggi di capanne in legno, con i loro splendidi mercatini di pesce essiccato e i visi sorridenti dei loro abitanti, nonostante la povertà in cui vivono, dei bimbi che si precipitano sul ciglio della strada per salutarci nella speranza, sempre esaudita, di ricevere a loro volta un saluto (tanto basta per fargli spuntare sul viso un sorriso pieno di felicità sincera). A Vang Vieng c’è un diluvio tale che la stanza mia e di Manu si allaga!!!!
Entro ignara dell’accaduto e mi accorgo di avere i piedi nell’acqua: il bagaglio si è inzuppato, ma per fortuna il notebook si è salvato, lassù qualcuno mi ama…

L’ultima città del Laos in cui facciamo tappa è Luang Prabang; qui si respira chiaramente l’influenza francese: villette in stile coloniale e baguette non lasciano dubbi, ma per non dimenticare che ci troviamo in Laos partecipiamo ad un rito che si ripete tutte le mattine per le vie del centro di questa città: centinaia di giovani monaci scalzi, con la loro tipica veste arancione, camminano in fila indiana con un cesto a tracolla che gli viene riempito di cibo dalla gente, inginocchiata a terra.
È una forma di preghiera per i defunti e i malati. Anche noi ci siamo inginocchiate e gli abbiamo donato del riso avvolto in foglie di banano. Ci dirigiamo poi verso il confine ma prima ci fermiamo in un villaggio dove assaggiamo le cavallette alla piastra: croccanti fuori, cremose dentro: una prelibatezza! (me l’aveva detto mamma..). 

Tra polvere, buche che sembrano crateri e torrenti da guadare arriviamo in Vietnam. La prima cosa che mi viene in mente è il film Full Metal Jacket e tutti gli altri film ambientati in questo paese, teatro della terribile guerra.  La strada che separa Dien Bien Phu da Hanoi, la capitale, è sterrata, polverosa. Nei villaggi pieni di vita, ognuno si dedica alle proprie occupazioni: pascolo dei bufali, trasporto delle canne di bambù, raccolta di pannocchie di mais, lavaggi al fiume. Le donne delle tribù di montagna indossano copricapo di stoffa e camicette coloratissime. Il Vietnam è tutto da scoprire: eccomi, sono pronta!

 
Di Yanne (del 06/08/2007 - 14:42:18, in In Spedizione)

Sempre più questa spedizione mi sta regalando emozioni indescrivibili.  Siamo andati a visitare una comunità cinese rifugiatasi qui in Tailandia dopo la rivoluzione nel loro paese. Sono completamente isolati: parlano solo la loro lingua, sono autosufficienti (in giro scorrazzano galline e maialini) e vivono in buie capanne di legno quasi vuote. Noto una distesa di riso già cotto per terra, tra due teli. Quanta miseria…

Subito dopo mi ritrovo a vivere un’esperienza eccitante:  sono alla guida del mio pick-up, in mezzo alla giungla e il terreno è fangoso e scivolosissimo. Per fortuna al mio fianco c’è la mia compagna, Giusy, che mi fa da navigatrice indicandomi dove e come posizionare le gomme. Nonostante questo, ci ritroviamo in discesa con il pick-up di traverso e  il dietro della macchina che andava sempre più giù. Abbiamo temuto di capottarci, ma con una retromarcia ci siamo rimesse in carreggiata. È stata dura guidare in condizioni così difficili ma mi ha dato l’adrenalina a 1000! Persino Mauri ci ha fatto i complimenti per come ce la siamo cavata (e non capita tutti i giorni)! La sera dello stesso giorno, tutte al Night bazar di Chang Mai: una distesa di bancarelle e chioschi di mille colori che prende vita tutte le notti dell’anno. Avremmo voluto comprare tutte le varie cianfrusaglie! E che bello poi, fare la gara sui tuc-tuc (risciò a motore che fanno da taxi) per vedere chi arriva prima!

Siamo poi tornati sui nostri passi, nei pressi di Mae sot, per cercare di entrare in uno dei villaggi Karen, che nei giorni precedenti avevamo potuto vedere solo attraverso il filo spinato che li circonda. Non è stato facile entrare, perché sono controllati dalla polizia di frontiera. Ci riusciamo comunque e lo scenario che ci troviamo davanti agli occhi è un ambiente malsano, in giro solo baracche di legno, a terra acqua e fango. Anatroccoli malaticci ci seguono affamati: è un posto triste e cupo. Proseguiamo verso il Laos. Visitiamo il Budda Chinnarai, il più venerato di tutta la Tailandia : è tutto dorato e maestosissimo! Per poterlo visitare ci dobbiamo mettere un pareo lungo perché le nostre gonne-pantalone sono troppo corteJ

Mauri ci ha fatto anche un regalino: non se l’è sentita di farci lasciare la Tailandia senza prima provare un bel  massaggio e noi ci siamo sacrificate volentieri per il programma… mi ha rimesso al mondo!!!

Proseguiamo il nostro viaggio percorrendo la linea di confine tra Tailandia e Laos, che è segnata dal Mekong river, uno dei fiumi più grandi e maestosi del mondo. È marrone e melmoso ma questo suo colore crea un contrasto stupendo con la vegetazione circostante, banani, palme e risaie. Le capanne in legno lungo il fiume sono costruite su palafitte con tetti in paglia o in lamiera. Anche in questi villaggi di pescatori la gente ci accoglie con un sorriso stupendo che  porterò con me anche quando dovrò lasciare questa terra magica.

 

Lasciamo Phuket , i suoi locali notturni e, a malincuore, le sue spiagge immense, per iniziare la nostra risalita verso il nord del paese. Costeggiamo il fiume che separa la Tailandia dalla Birmania (oggi Myanmar)  percorrendo una strada di circa mille km tortuosa e fatta di sali e scendi (passiamo da 200 a 1400 metri s.l.m.). Siamo immerse nella natura: sconfinate risaie si alternano a piantagioni di banani, piante di bambù, alberi di papaia e di durian, frutto dal nome strano come strani sono il suo sapore e aspetto (una grossa palla dagli spuntoni acuminati).
Mandrie di bufali e di mucche, magre e più piccole delle nostre, a volte ci costringono a fermarci per farli attraversare. Ci fermiamo a Mae Sot, dove si respira l’aria della tipica città di frontiera: qui, dato che è fiorente il mercato di pietre preziose, il nostro capo spedizione regala a ciascuna di noi un bellissimo bracciale di giada.  Qui, inoltre, andiamo a vedere il “ponte dell’amicizia”, attraverso il quale i rifugiati birmani, detti Karen,  entrano in Tailandia e trovano qui asilo politico. Sono circa 20mila persone e vivono in diversi villaggi fatti di capanne rialzate come palafitte, ricoperte di foglie di banano essiccate. Mi ha fatto male poter parlare con loro solo attraverso il filo spinato che circonda il confine di questi villaggi.  E mi sono commossa nel vedere i sorrisi sinceri e la loro felicità semplicemente perché li salutavamo con la mano; ma gli occhi degli anziani erano comunque velati di una tristezza sconfinata.

Uno dei posti dove abbiamo dormito in questi giorni, erano delle palafitte su un fiume, raggiungibili solo con la barca. Jenny, che dormiva con me, ha trovato sui materassi due enormi scarafaggi e un  grosso geco ci ha fatto compagnia in stanza tutta la notte col suo verso che, incredibile!, assomiglia a quello di un  uccello. Ma è vietato lamentarsi: abbiamo voluto l’avventura? Adesso pedaliamo!

 

Che strano effetto vedere le nostre facce sorridenti sui giornali malesiani, i giorni successivi alle interviste!  (nessuno è profeta in patria, si sa… J).

Ormai siamo entrate nel vivo della spedizione: abbiamo visitato un villaggio di aborigeni e insegnato ai loro bimbi stupendi a cantare insieme a noi delle canzoni italiane; guidato sulla terra rossa della giungla malesiana, fino a quando un tronco  d’albero caduto non ci ha obbligato a fare dietro front; e abbiamo raggiunto la nostra seconda tappa, la Tailandia, dove abbiamo visto elefanti, scimmie e un serpente,  caduto da un albero ad un metro da me, che urlo!

I giorni scorrono veloci, sul contachilometri la distanza percorsa aumenta. Non è facile riuscire a star dietro ad un pick-up guidato da Mauri, col volante a destra e la guida a sinistra! La concentrazione necessaria è così alta che l’altra sera ci siamo addormentate tutte insieme sui computer!

Ma partecipare a Donnavventura significa anche avere sempre la fortuna sfacciata di arrivare nel posto giusto al momento giusto: ieri, a Phuket, abbiamo partecipato e documentato il primo test di evacuazione in caso di Tsunami. Era così realistico che ripensandoci mi viene ancora la pelle d’oca…

 
Di Yanne (del 24/07/2007 - 14:40:52, in In Spedizione)

Eppure, finalmente, dopo giorni di preparativi a Kuala Lumpur, la nostra spedizione ha preso il via! Anche se sono un tipo impaziente, devo ammettere che questo training è stato fondamentale per la buona riuscita di questa missione. Ma non sono certo mancati momenti di svago (il tutto sempre immortalato dall’inseparabile telecamera): abbiamo visitato China Town, dove il boss ci ha fatto mangiare i rospi L, abbiamo visitato le mitiche Petronas Towers e abbiamo cenato in un ristorante tipico dove abbiamo ballato sul palco con i ballerini!!!

Avevano anche organizzato una conferenza stampa, alla quale siamo arrivate scortate addirittura dalla polizia… una volta lì, ci hanno accolto come si fa con delle grandi star: fotografi e giornalisti a decine facevano a gara per poterci rubare solo 1 minuto. È stato davvero emozionante, eravamo incredule! Ma non è mancato il brivido dell’imprevisto: mentre ero alla guida ho sentito il pick-up sbandare… avevo perso un bullone dalla gomma posteriore! Che panico! Ma Donnavventura è anche questo, no?! Il 19 luglio il tour ha ufficialmente inizio, evvai! Finalmente ci lasciamo alle spalle Kuala per dirigerci a nord, verso la Tailandia. Si parte!

 

 
Di Yanne (del 19/07/2007 - 14:40:25, in La Partenza)

QUESTO VIAGGIO LO DEDICO AL MIO PAPA’.

Io credo che nulla accada per caso. E così mi guardo indietro e ripenso a quando un amico mi disse che anche una ragazza della mia città aveva partecipato a  Donnavventura e  incitò anche me a tentare le selezioni; a quando fui convocata a Rimini e feci aspettare tutte quelle ore mia mamma (ti adoro!), per affrontare le varie prove; a quando distrattamente aprii la mia posta elettronica e trovai la mail di convocazione a La Thuile (non me l’aspettavo proprio!); alle mie dolci compagne, di tenda e non, che continuavano a dirmi : “Yanne, vedrai che tanto ti prendono!”; e a quando Mauri fece il mio nome (a proposito, l’hai imparato?!) il giorno della proclamazione delle 12 Donnavventura, in caserma. Non lo scorderò più.

Ed ora eccomi qua, pronta prontissima ad affrontare il Gran Raid della Malesia…. Ancora non ci credo! Io che fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno di partire con le prime sei… ma poi quella telefonata del grande capo: “Yanne, tieniti pronta!”. Ero euforica, raggiante e incredula. Sono stati giorni frenetici per riuscire ad organizzare tutto in tempo, tra uffici, mille telefonate e anche interviste! Ma ce l’ho fatta e il 12 mattina eccomi lì, con le mie compagne, incredule a guardare i bagagli più pesanti e grossi di noi, che ci accompagneranno durante tutta la spedizione!

Dopo mille raccomandazioni e dopo aver (a malincuore!) consegnato i nostri cellulari si parte, il giorno dopo, per un’avventura alla quale chiedo di farmi vivere emozioni fantastiche, di quelle che racconterò ancora ai miei nipotini, con la dentiera che balla in bocca per l’emozione! E spero proprio di riuscire a trasmettere ciò che proverò a tutti quelli che vorranno guardarci, comprese le persone che a casa mi aspettano: la mia mamma Joelle, così felice per me e solo un pochino preoccupata; il mio fidanzato Ivano (ti amo!), anche lui così fiero, ma depresso per il fatto di non potermi sentire tutto questo tempo; e la mia migliore amica Betta: dovevo fare la madrina al battesimo della sua piccola Daria, ma chissà se sarò rietrata??!

 











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