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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
“Avventura” per come la vedo io non va d’accordo solo con gli aggettivi “selvaggio” e “pericoloso”.. avventura per me è “imprevisto” e “sorpresa” e l’essere avventurosi è il non temere qualcosa di diverso da quel che ci si aspetta, anzi sapercisi adeguare senza problemi.
A rigor di logica, quindi, aspettarsi una capanna e trovarsi davanti ad un hotel a 7 stelle, è davvero una bella avventura. Strada dritta, cartello di frontiera, Selamat Datang-Benvenuti in Brunei, stessa lingua, stessa strada…pochi chilometri di distanza.. un ‘universo parallelo! Erba tagliata all’inglese, aiuole colorate e davanti alle case non utilitarie parcheggiate, ma piccoli pozzo di petrolio, in costante movimento su e giù.. che a guardarli troppo c’è il rischio di rimanere ipnotizzati.
Cupole d’oro, moschee e minareti, palazzi dal tetto luccicante, e al posto del sole, l’islam.. religione di stato, tradizione millenaria, cultura della maggioranza che conta, luce che pervade ogni cosa. Ma lo sfarzo del Brunei non è solo nell’oro nero o giallo che sia, è nella terra, ricca e fertile, nella vegetazione verde e fitta, nella giungla popolata dalle tante specie di anomali bizzarri e variopinti.. dalle tante stelle di un hotel fantasmagorico, alle infinite stelle del cielo nero sopra di noi, su una bassa piroga di legno, che sfrecciava tra rapide e massi, schivando fronde e arbusti proiettati nell’acqua.
Una notte in un candido, tiepido e soffice piumino extralusso, la seguente in un rifugio di legno in mezzo alla giungla, svegliata da u topo nel letto…e indovinate quale la migliore delle 2?la seconda, l’emozione, le risate, la complicità, il condividere con le mie compagne qualcosa che va oltre ad ogni lusso esistente..l’amicizia!
Esami terminati, pronti partenza via, neanche il tempo per pensare, si parteeee Le prime settimane sembravano anni, giornate infinite, ritmi frenetici scanditi dall’ansia e il terrore di sbagliare qualcosa e dimenticare qualcos’latro, o di combinare le 2 cose in un miscela esplosiva!
Un sbagli cazziatoni, meritati e non, giustificabili e gratuiti, di tutto un po’.. ma ci si abitua presto a tutto, è una legge di natura, alla levataccia, alla stanchezza, alle urla, alla sporcizia, alla scomodità.. tutto all’improvviso cambia il suo valore e significato, il tempo ora scorre normale, anzi veloce, 2 mesi volano via così.. e la mia avventura sta per finire.
Esami da una parte, tesi dall’altra, scadenze che mi hanno fatto e faranno perdere l’inizio e la fine di questo viaggio, ma a cui non potevo davvero rinunciare, per quanto ora mi sembri lontano sono comunque la mia priorità , quello per cui ho sempre faticato!
Nonostante il viaggio termini tra un mese, il paese i cui finirà è stato raggiunto, il Borneo, e sono troppo felice di essere arrivata sino a quest’ultima tappa. La terra di Sandokan immaginata da sotto le coperte di me bambina, associata a film e cartoni visti in tv ora è qui sotto i miei piedi, anzi sotto le ruote della rossa carovana che ne sta andando giorno per giorno alla scoperta.
Tra sentieri fangosi e strade polverose chilometri e chilometri per scovare l’Orang Utan, e sorprendersi della sua imponenza, percorsi in fuoristrada, guadi e ripide salite alla ricerca del fiore più grande del mondo.. la rafflesia, sorprendente quanto puzzolente, quasi irreale.
Il viaggio continua alla scoperta del Sabah, dove siamo ora, per me purtroppo finisce qui, l’avventura tesi mi attende, e i ricordi di questo bizzarro quanto fantastico viaggio porterò sempre con me.
Pick up parcheggiati, 2 sospiri, uno di sollievo e uno di rammarico, che emozione contrastante vederli partire guidati altre persone..da una parte è come trasloco da un posto caro, perché Asia, Billy, Charlie e Jolly, più che veicoli con cui spostarsi sono case che si spostano; ma allo stesso tempo qualche giorno senza manovre , parcheggi, sorpassi e ore ore passate al volante, rappresenta di sicuro un pò di stress in meno.
Neanche il tempo di vederli allontanare.. che siamo noi ad essere allontanati dall’albergo, ebbene si, una scossa di terremoto di grado abbastanza elevato ha colpito l’isola di Sumatra, a sud della penisola malesiana e una serie di scosse di assestamento fanno oscillare il nostro hotel, il pericolo è più che altro per l’eventuale crearsi uno tsunami, e guarda caso noi stiamo andando su una minuscola isola!!
Questa parola che per noi si traduce in immagini apocalittiche che abbiamo osservato increduli dal divano di casa, in clima di feste natalizie, è in sud est asiatico una tragica e concreta realtà. Siamo diretti sulla costa orientale, e li dovremmo essere protetti, ma si sa, forze della natura sono imprevedibili, e guardando il mare, è difficile non far affiorare pensieri ed immagini, strategie di fuga e piani di salvataggio.
Appena ho messo piede sull’isola di Tinggi, ho puntato una palma e mi sono vista li attaccata come un koala, in salvo..per fortuna le sfumature d’azzurro e il verde smeraldo delle fitte palme mi hanno dimenticare ogni cosa..lo tsunami, la tesi, la crisi sentimentale, il tamponamento della settimana scorsa, le urla del capo, il caldo, la stanchezza, la voglia di pizza..e molto altro.
Pensavo di trovare un ‘isola turistica e invece Tinggi è quel che sparavo di trovare, selvaggia quanto basta, selvaggia qual tanto da farti apprezzare la natura senza rimpiangere la civiltà; 200 abitanti sorridenti, socievoli, disponibili, nonostante i turisti non siano affatto frequenti: siamo i primi italiani in assoluto a metterci piede, e metaforicamente piantiamo al suolo il nostro bel tricolore!
Il cielo grigio non riesce a mascherare i colori, anzi li accentua, all’orizzonte il mare cobalto, in primo piano un azzurro topazio, e scatto foto su foto, non con le macchine fotografiche della spedizione, le scatto con la mente per che siano solo mie, nitide e fuori fuoco.. non ne scarto nessuna, non voglio selezionare, voglio solo ricordare l’emozione che provo ora guardandomi intorno.
Le capanne non hanno docce, né comforts, solo un letto, quel che ci serve per sprofondare in un sonno profondo a fine giornata, esauste; è bello vivere con il solo indispensabile, riuscire a sentirsi pulite senza bagnoschiuma profumato, perché una saponetta rotta può bastare; sentirsi bene con se stesse spettinate, senza trucco, con i vestiti sgualciti, senza specchi per giudicarsi, solo sensazioni per apprezzarsi per quel che si è!
Quest’isola vive su questo principio, non abbonda in niente, ma da quel poco che ha ricava grandi cose, basti pensare alle palme da cocco, dove il frutto che noi siamo abituati a mangiare non è che la minima parte di un tutto, il succo viene bevuto, la polpa mangiata, o altrimenti strizzata e bollita per produrre olio per cucinare e per friggere, il guscio diviene tazza o scodella, la foglia diviene cestino, sedia, stuoia, il tronco diventa casa…tutto ha un’utilità, la natura non ha lasciato niente al caso e la necessità ha reso l’uomo ingegnoso…quante cose sprechiamo noi che non ne abbiamo bisogno, quante cose non vediamo noi che guardiamo solo quel che ci serve, possediamo troppo e ci sembra di non possedere mai abbastanza.
Ora non ho molto, ma è tutto quel che mi serve per stare bene, e quando tornerò a casa mi ispirerò a Tinggi, selvaggia ma ordinata, modesta ma ambiziosa, come lei fino all’ultima goccia di cocco, spremerò al massimo per bere ogni preziosa goccia di questa vita.
Squadra aggiornata e tra lacrime lasciamo Bangkok, per viaggiare verso il confine col Myanmar, meglio conosciuta come Birmania.
Ma la prima notte del nuovo team nasconde delle spiacevoli intestinali insidie, 5 di noi più Mauri e il cameraman passano la notte in bagno ad espellere quanto ingerito e digerito nelle ultime giornate.
”Infezione intestinale da germi presenti nell’acqua” questa la diagnosi del dottore, non certo un belloccio stile ER, “giu le braghe” dice in tailandese mentre ci somministra un’iniezione anti-crampi e nausea.
Nonostante il malessere, il programma è serrato, entro sera bisogna essere al confine, quindi si parte; nella città tailandese di Ranong il capo decide che l’indomani solo 4 di noi partiranno alla vota del Myanmar, mentre 2 che non si sentono ancora in forma verrà affidata una missione alla scoperta di questa piccola città di frontiera.
Io, per fortuna, pur non sentendomi affatto un fiore sono nel gruppo che andrà in Birmania, le sfide mi piacciono, ed entrare in questo paese è tutt’altro che una passeggiata.
Il problema è rappresentato essenzialmente dal governo, una severa dittatura militare che ha chiuso il paese dal punto di vista sociale, economico e politico, che per noi si traduce in lungo controllo alla dogana, dove ci viene fornito un pass speciale per e in altrettanto lunghi controlli da parte della polizia marittima che staziona tra le isole e dalla quale dobbiamo far tappa ogni giorno prima e dopo le nostre escursioni.
Il luogo in cui ci troviamo è l’estremo sud del Myanmar, formato da una sottile lingua di terra confinante con la thailandia e da un esteso arcipelago. Siamo sul molo, cariche di zaini, borse , sacchi e sacchetti ed eccola arrivare, non è rossa e non ha 4 ruote, ma ci piace, 30 metri di panciuto barcone di legno tutti per noi.
Nè letti, nè cabine ne cuccette, ne spazi chiusi, solo un ponte spazioso, coperto da un ‘impalcatura di ferro, che dopo solo un quarto d’ora di lavoro diventa casa, quando stuoie colorate coprono le travi in legno traballanti e quando le 6 amache vengono ordinatamente appese tra i pali, sul soffitto niente stelle purtroppo ma la Birmania è il paese più piovosi del mondo e guarda caso questa è la stagione delle piogge, quindi meglio stendere un bel telone impermeabile!.
Il nome della nostra barca è Mokhen Queen, e solo dopo qualche giorno abbiamo scoperto l’affascinante segreto celato dietro a questo nome.
Navigando tra centinaia di isole disabitate ricoperte da una vegetazione molto più che fitta, visitiamo i rari e caratteristici villaggi di pescatori presenti.
La nostra presenza incuriosisce gli abitanti, non sono molto abituati a vedere turisti, è incredibile quanta curiosità reciproca ci sia nella scoperta dell’” altro”, ci studiamo a vicenda ci osserviamo quasi indifferenti mentre con lo sguardo cerchiamo reciprocamente di vedere al di là del viso, del vestito cercando di immedesimarsi anche solo per un attimo l’uno nella vita dell’altro. Ma come si può immedesimarsi in vite così diverse?
Tra queste isole non vivono solo pescatori ma popoli nomadi, detti in lingua birmana mokhen, e soprannominati gli zingari del mare; questa gente vive in gruppo e vaga per mare vivendo di quello che pesca e utilizzando il pesce, le reti, le conchiglie, per barattare e comprare altri beni utili. Li abbiamo visti spostarsi, in carovana anche loro come noi coi nostri pick up, un barcone a a motore davanti con legate tante piccole barchine e a remi, allineate, mal ridotte ma perfette alla vista, da fotografare, ma soprattutto da non dimenticare.
In questa stagione i mokhen sono confinati nell’arcipelago per via del mal tempo, e talvolta fanno base in piccole isole e villaggi dove convivono pacificamente con l’esigua popolazione presente. Impossibile al buio del mio barcone, dondolata dal mare sulla mia amaca non fantasticare sulla vita di questa gente, e non fantasticare su storie d’amore nate tra nomadi e donne del villaggio; in questo momento non siamo poi così diversi da loro, siamo sporche quanto basta, mangiamo il pesce pescato (da qualcun altro, ma il dettaglio è irrilevante), vaghiamo per mare senza una meta predestinata, alla scoperta di un paese all’insegna dell’avventura.
I giorni sono passati davvero in fretta tra l’escursione su un’isola, la scoperta di un villaggio, e tante tante ore di navigazione tra sprazzi di sole e repentini e intensi acquazzoni, è già ora di lasciare questo splendido paese che spero di aver modo di conoscere più a fondo.
“Min ga la baa”, è il saluto birmano, l’unica parola che sono riuscita ad imparare, molto diversa dai saluti che abbiamo imparato fino a ora negli altri paesi del sud-est asiatico, in effetti il Myanmar ha poco in comune coi suoi vicini di casa, sembra essere un’ universo a se stante, per via di una mescolanza di culture differenti tra cui domina l’indiana, influenza assente negli altri paesi.
Anche le facce sono diverse, i tratti somatici vagamente meno orientali, la pelle più scura, ed è davvero affascinante vedere come a soli pochi kilometri di distanza, ci siano differenze così marcate, tanto che è basato attraversare l’estuario di un fiume per essere catapultati in un altro mondo..e in questo meraviglioso mondo chiamato Myanmar, io ho messo un piede!
“Sorpresa: stanotte niente albergo, bungalow, tenda o barca, ognuna a casa sua…”. Silenzio di tomba, il capo ci vorrà rispedire a casa così su 2 piedi?..eppure oggi non abbiamo fatto niente di grave..almeno dal nostro punto di vista..dopo poco viene fatta chiarezza, divise in grupetti di 2 passeremo la notte in una famiglia malese.
Siamo a Mengkuang Titi, un villaggio che conta circa 800 persone, tutte islamiche, questo agglomerato di casette esiste addirirtura dal 1800, e in certo senso è rimasto fremo in quell’epoca, non c’è traffico, ne rumore di civiltà, se non il canto di galli e le urla dei bimbi che giocano.
Gli anziani si dedicano ai mestieri antichi e artigia, mentre gli adulti svolgono lavori più diversi, per esempio il padre della famiglia a cui sono stata abbinata fa il custode della scuola del paese.
Il suo nome è Abu, ed è proprio li davanti alla porta, ha pochi denti ma ci accoglie con un sorriso, affianco lui sua moglie, la dolcissima Arya, e una serie interminabili di bambini e ragazzi che facciamo fatica a collocare su un albero genealogico, hanno 6 figli, 3 maschi, Afis, Afisy e Imam, e 3 femmine, Alia, Daya, e Seti Jayr, ma ci sono altri ragazzini accorsi incuriositi da questi 2 strani esemplari, cos’ lontani dalle donne che sono abituati a vedere.
La loro casa è molto semplice, una struttura bassa, di legno, umile ma addobbata a festa, trionfi di fiori finti, sfarzosi centrini, colorate tende, l’arredamento è molto modesto, ma l’ambiente è familiare, si respira davvero aria di casa.
Mi siedo sul divano e mi guardo attorno, li osservo parlare tra loro, vivere la loro vita, i ragazzi fanno i compiti, i più piccoli giocano, il capofamiglia guarda la tv, e la mamma prepara la cena…mi sento a casa, e mi manca la mia di casa, per quanto le mie compagne siano ormai sorelle di avventura e di sventura, l’essere proiettata in una famiglia “vera” mi fa venire nostalgia della mia famiglia, di quella quotidianità fatta di gesti e parole che non devi spiegare perché chi ti sta accanto conosce a memoria ogni singola espressione del tuo volto, ogni tua smorfia, ogni tuo tono di voce.
Con discrezione facciamo domande sulla loro religione, su come influisca sulla loro vita, ma alla fine ci ritroviamo a rispondere ai loro mille interrogativi sul nostro mondo, eh già un altro mondo…ma anche se in questa bizzarra famiglia si mangiano alici, tonno, sugo piccante e riso a colazione l’affetto e l’amore che legano i suoi numerosi componenti sono gli stessi dell’altra parte del mondo, dove caffelatte e biscotti al mattino vanno per la maggiore, dove il mio mondo sono loro, la mia famiglia.
Paesi che si susseguono, paesaggi che cambiano, immagini che si alternano, uomini e donne dai lineamenti che mutano..ma una costante, la vista del Mekong River.
Da ieri lo sfondo sui cui sfrecciano i nostri pick up è cambiato, la sottile linea di confine della frontiera col Vietnam, ha dermacato un netto distacco. Il primo sguardo alla Cambogia: la guglia di un tempio, l’eleganza di un monumento, l’oro che luccica tra le tegole di un palazzo, è lo sfarzo di una cultura millenaria.
Ma pochi metri più in là, il nulla, un’immensa prateria con palme che svettano scosse dal vento, è il deserto e l’oblio, la sensazione che di lì non sia passato nessuno per anni.
Una terra dunque di contrasti, anche nella sua capitale, Phnom Penh, una macchina di grossa cilindrata ti sorpassa sulla destra, mentre nello specchietto vedi attraversare un ‘elefante, un giovane uomo in giacca e cravatta da un lato, un bimbo nudo sull’asfalto a giocare.
Ma i contrasti non finiscono qui, nel sociale, ce ne sono di ben più marcati, sono i colori, che catturano l’attenzione, il verde della vegetazione, la terra rossa, il sentiero giallo e polveroso, il bianco delle mucche posteggiate fuori casa come utilitarie, il marrone del Mekong. Un marrone che abbiamo osservato nelle sue sfumature e andature nei precedenti paesi, un marrone che abbiamo desiderato veder apparire alla nostra sinistra oggi, quando alla ricerca di una pista nascosta, la posizione del fiume era l’unica cosa certa, un centinaio di kilometri percorsi allontanandosi per poi riavvicinarsi tra mille baracche, capanne e villaggi.
L’intenso marrone di un fiume che dà la vita, che rende fertili i campi, e li rende ottima la coltivazione de riso, un marrone, unica risorsa per i mille villaggi sulle sue rive addormentati, lontani da noi centinaia di anni, ma con in comune la stessa reciproca sorpresa negli occhi nel vederci passare; siamo in fondo anche noi per loro creature così contrastanti, i rossi pick up sollevano una nuvola di polvere che svela fanciulle dalla pelle bianca, dagli occhi grandi…che emozione il diverso, le persone, il cibo, il paesaggio, scambiare uno sguardo e un sorriso, e precipitare in un altro universo..per tornare a casa con qualcosa in più tra le mani!
Il Laos sembrava senza fine Invece eccoci giunti li al confine, la soglia del Vietnam abbiam varcato e una scorta poliziesca abbiam trovato. All’inizio ci sembrava un peso al piede, perché se hai qualcuno che davanti a te si siede, il paesaggio vedi meno bene, il silenzio della natura rotto dalle lor sirene, e la fiducia nelle donne poca, li faceva andar a velocità di foca. Noi lì dietro in carovana, mentre tra le rocce facevam la ginkana, il 30 allora non riuscivam a sopportare, e al volante non potevam non sbadigliare. All’inizio il servizio scorta non abbiam apprezzato, ma poi utile è tornato, quando nel traffico delle città ci siam imbattuti, per averli con noi li scongiuri abbiam compiuti. In Vietnam la gente si muove col motorino, miloni te ne stanno vicino, e star attaccate tra pick up è davvero un casino, da ogni lato cercan di sorpassare, non esiste la “filosofia del frenare” ma sol quella dell’ostacolo schivare; se ne van coperti con mascherine, contro smog, sole e tossine, ne hanno di tutti i colori su fino al naso per non sentire gli odori. La sorta presente ha un motivo soppresso ma con la pericolosità del paese non è connesso, per quanto il nostro ’itinerario sia duro, il Vietnam è un paese davvero sicuro, in realtà non c’è un motivo che strida.. semplicemente sulla destra abbiamo la guida, mentre in Vietnam tutto è uguale alla maniera occidentale volante a sinistra, e guida normale. Abbiam assistito a scene suggestive, svegliate all’alba da regole mai lascive, al cammino dei monaci di primo mattino, che passavano tra le strade con un ciotolino, dove i fedeli sembra che diano il cibo così alla leggera, ma in realtà è una serissima forma di preghiera, in onore di coloro che se ne sono andati, i giovani monaci di cibo vengon omaggiati. Sulla costa il paesaggio è cambiato, da montuoso e verde, marittimo è diventato, baie, reti barche e barchette, ma anche bufali e caprette, il bucolico al marinaro alternato, da un lato il gamberetto allevato, dall’altro il riso coltivato.. Il nord e il sud abbiam visitato, il confine al 17° parallelo marcato, in carovana abbiam varcato e differenze tra i 2 abbiam notato, in cibo gente usanze e civilizzazione, prima di politica era una questione, ed è rimasta una latente suddivisione. Hanoi e Ho Chi Myn le 2 città principali, come roma e milano entrambe capitali, simili per certi versi per altri 2 lontani universi. Più di una cosa da ricordare, nella baia di Ha long navigare, aspettando il drago che dorme nel mare, al centro del mercato galleggiante sostare, gli scambi di frutta osservare. Il Vietnam è da sempre per tutti sinonimo di guerra ma è davvero tutt’altro questa terra,, i suoi abitanti son gentili e cordiali, cibi, frutti dai sapori fenomenali, scorci e paesaggio sono speciali, con la nostra scorta l’abbiam girato tutto e niente davvero c’è sembrato brutto, la sua storia in bunker e musei abbiam rivisitato ed un brivido sulla schiena ci è passato, le scene di film in mente ci sono riaffiorate, e nello scenario vero le abbiam immaginate.. ma tutto questo è il passato, il paese da allora è rinato, e per raggiuger la mandiale notorietà ha davvero ogni potenzialità!!
Vedendo scritto il titolo di questo reportage mi rendo conto di quanto il concetto del tempo sia relativo…mi sembra di essere partita da più di un mese, l’arrivo all’aeroporto, l’accoglienza delle ragazze, la prima guida dei rossi pick up con la guida a destra..sembrano ricordi lontanissimi..invece accadevano solo 7 giorni fa..
In così poco tempo abbiamo già messo piede in 2 paesi, il Laos e il Vietnam, diversi nel paesaggio, nel cibo, nei costumi, nella fisionomia dei loro abitanti..ma con una cosa in comune l’emozione che riescono a regalare i loro paesaggi!
Per ore ed ore guidiamo su strada di montagna, venendo quasi risucchiate dal verde che circonda i nostri fiammanti pick up, un colore che se a un primo impatto può sembrare uniforme in realtà ad uno sguardo più attento è composto da decine e decine di tonalità e sfumature diverse, di piante di varietà differenti, dalle foglie con forme più strane, a perdita d’occhio vegetazione, fino ai limiti della propria visuale, aldilà di sguardi in ogni direzione; le immagini in sequenza che scorrono dai finestrini sembrano ripetersi all’infinito, risaie, donnine ricurve a lovorare dai buffi cappelli appuntiti, la terra rossa sotto le nostra ruote, camion ricolmi di gente, mucche e maiali in strada, bufali che si rotolano in piccoli corsi d’acqua, ma soprattutto bimbi, che giocano in strada che ci corrono incontro non appena ci vedono passare, e si esibiscono in dolci sorrisi sdentati, splendidi nei loro abitini ricoperti di fango.
La mia spedizione è iniziata in Laos, un paese che avevo sottovalutato, davvero splendido, selvaggio e incontaminato, dalla gente gentile e disponbile, dai colori fortemente contrastanti, il marrone del Mekong, il verde brillante dei banani, il rosso del fango.
Risalendo verso Nord per raggiungere la frontiera col Vietnam, abbiamo attraversato guadi e percorsi fuoristrada che hanno messo alla prova i nostri nervi, personalmente sono scesa dalla macchina sudata come se avessi fatto la maratona di New York, ma felice, soddisfatta e fiera di avercela fatta, dopo solo 1 giorno di addestramento sul mezzo.
Da 2 giorni siamo invece in Vietnam, dove pure essendo ugualmente splendido il paesaggio l’emozione è data maggiormente dalla storia del paese che rivive in ogni angolo delle città; sono stata percorsa da brividi entrando in un bunker, buio, suggestivo, reale e di calpestare il suolo che è stato scenografia di moltissimi film sulla guerra del Vietnam.
Questo non è un viaggio convenzionale, ma questo si era già capito, non è un viaggio dove si visitano posti o si fa del turismo, è un viaggio in cui si lavora per produrre un programma televisivo dove si accetta di sottostare a regole e provvedimenti che spesso appaiono ingiusti o ingiustificati.. questo viaggio è basato sulle emozioni, che in positivo o in negativo sono molto forti; paesaggi, compagne, boss..le emozioni della mia prima settimana sono state fortunatamente positive a parte qualche piccola eccezione..ce ne saranno altre, e io non vedo l’ora di viverle..per raccontarle!
Inizia il nuovo giorno, e il sonno ancor dobbiam toglierci di torno; di carta geografica tappezzate, all’aeroporto siamo arrivate.. messaggi, e chiamate all’amata gente, e chiusi i rapporti con l’Occidente! Hostess dalla stana acconciatura, ci presentan già dell’ Oriente la cultura, stretta sul sedil, l’impresa di dormir mi sembra dura, ma sorrido…è iniziata l’avventura!!! Il monitor che ho davanti, del volo racconta tutti gli istanti: ora, tempo, durata..e vento, davanti al planisfero, piccola mi sento; il longilineo italiano stivale, non è che un puntino sul planisfero mondiale, quasi quasi non si vede, e a pensar non ci si crede.. fino a ieri scrivevo la tesi, e ora in viaggio.. forse quasi 2 mesi! Sonnecchiamo, ma di stanchezza siam proprio cotte, e volando verso Est in anticipo incontriam la notte, che si sa a volte bene consiglia.. e mentre son ancor in dormiveglia.. sogno la Malesia e la sua colorata natura, e mi sembra di sentirne già l’umida calura.. mentre di Muari, mi sovvien la prossima tortura… ..realizzo…sono anch’io una DONNAVVENTURA!!!
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